Mese: Giugno 2026

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    Quando la base rompe il guscio

    Dal 17 al 21 giugno 2026, alla Convention Costituzionale dell’UAW di Detroit, è accaduto qualcosa che sembrava impossibile: un operaio è stato nominato alla presidenza del sindacato. L’UAW, nato nel 1935 e oggi uno dei più grandi sindacati industriali degli Stati Uniti, è da decenni un organismo pesante, stratificato, più vicino a un ufficio che a un luogo di conflitto. Proprio per questo la nomina pesa più del gesto in sé: mostra che anche dentro un apparato irrigidito può aprirsi una crepa.

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    La sorveglianza è già il nuovo contratto sociale del lavoro

    Perché il sindacato deve riscriverlo prima che sia troppo tardi

    Nel dibattito sindacale italiano c’è un paradosso che non possiamo più ignorare. Discutiamo di democrazia interna, di procedure, di rappresentanza, ma di solito noi ex sindacalisti usiamo categorie che appartengono a un’epoca in cui il potere aveva ancora un volto umano. Oggi quel volto non c’è più. È stato sostituito da un’infrastruttura tecnica che governa il lavoro attraverso metriche, punteggi, correlazioni: “La sorveglianza digitale è ormai l’infrastruttura predefinita del lavoro contemporaneo.” Questa non è un’iperbole. È la descrizione di un nuovo regime
    produttivo.

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    Finalmente si muove

    Il 16 giugno a Dublino si sono riuniti sindacati europei. Non è stato un incontro rituale. I sindacati sono tornati a interrogarsi sul proprio ruolo nel mondo, e questa volta non si parla di contratti o salari, ma di pace. Una pace concreta, costruita, difesa. Una pace che non si limita a fermare le armi, ma che scava nelle radici delle ingiustizie che alimentano i conflitti.
    La CES presentato il progetto Trade Unions for Peace che si presenta come l’inizio di una nuova stagione politica. Diciotto mesi per creare strumenti, metodi, percorsi formativi. Diciotto mesi per trasformare la presenza sindacale — nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle regioni — in una vera infrastruttura di prevenzione dei conflitti. È un cambio di passo: non più reagire quando tutto è già esploso, ma leggere i segnali, anticipare le fratture, intervenire prima che la violenza prenda forma.

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    Quando il PIL scende, chi sta in basso cade per primo

    I quotidiani di questa mattina (6 giugno 2026) ci segnalano che nei primi tre mesi dell’anno l’economia europea ha registrato una frenata: il Pil dell’area Euro è sceso dello 0,2%, quello dell’Unione dello 0,1%. Eurostat descrive un continente che procede a velocità irregolare, con l’Irlanda che precipita addirittura del 12,1% in tre mesi,
    trascinando verso il basso la media complessiva. Numeri che rimbalzano sulle prime pagine, accompagnati da
    analisi tecniche e reazioni dei mercati finanziari. Nel leggere queste notizie mi sono chiesto che cosa significhi
    tutto questo per le lavoratrici, i lavoratori e le persone meno abbienti. Perché i dati statistici, se non li leggiamo
    partendo dal basso, rischiano di diventare un linguaggio per iniziati: curve, trimestri, decimali che non raccontano
    nulla della vita reale.

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    «Tranquilli: i salari rallentano, ma l’ingiustizia corre benissimo»

    La frenata dei salari non è un dettaglio tecnico: è un segnale politico. Nel primo trimestre del 2026 le retribuzioni contrattuali crescono del 2,5%, meno dell’anno scorso, molto meno del periodo dell’inflazione alta. È un numero che sembra rassicurante solo a chi guarda l’economia come un grafico. Per chi vive di stipendio, significa un’altra stagione di rincorsa, un altro pezzo di potere d’acquisto che non torna.
    Il racconto dominante parla di moderazione salariale e di un sistema contrattuale che “contiene” le spinte. Ma la realtà è che i salari reali non hanno ancora recuperato la perdita del triennio 2021-2023.